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Proteine e reni: la meta-analisi di Devries 2018 spiegata

Una meta-analisi di 28 studi randomizzati su 1.358 adulti ha confrontato diete ricche e normali in proteine. Cosa ha misurato, cosa ha trovato e dove si ferma.

Illustrazione generata con IA: alimenti proteici (salmone, uova, legumi, proteine in polvere) e sezione di un rene

Nella meta-analisi più citata sull’argomento, 28 studi randomizzati con 1.358 adulti, chi mangiava più proteine non ha perso funzione renale rispetto a chi ne mangiava una quantità normale. A fine studio il filtrato dei reni era un po’ più alto nel gruppo “iperproteico”, ma di quanto fosse cambiato rispetto all’inizio non era diverso tra i due gruppi. Per gli autori è un adattamento normale, non un danno. Il risultato vale per chi ha i reni sani e per studi durati al massimo due anni: con una malattia renale cronica le regole sono diverse, e le trovi più sotto.

Lo studio è di Michaela Devries e colleghi della McMaster University, in Canada, ed è uscito nel 2018 sul Journal of Nutrition. È citato in quasi ogni discussione su proteine e reni, ma in italiano se ne trovano solo riassunti di due o tre righe. Qui lo spieghiamo per intero: come è stato costruito, cosa dicono i numeri, dove si ferma e cosa hanno trovato gli studi usciti dopo. Abbiamo lavorato sul testo integrale, che è ad accesso libero.

Da dove nasce il dubbio: l’iperfiltrazione

Quando mangiamo più proteine, ai reni arriva più sangue e i glomeruli, i piccoli filtri che puliscono il sangue, lavorano sotto una pressione più alta. Il risultato è un aumento del filtrato glomerulare (GFR, glomerular filtration rate), cioè di quanto sangue i reni riescono a filtrare in un minuto. Questo fenomeno si chiama iperfiltrazione ed è descritto bene in una revisione del 2017 di Kalantar-Zadeh e colleghi.

L’ipotesi è che questo superlavoro, ripetuto per anni, possa logorare i glomeruli. In chi ha già una malattia renale il rischio è concreto, ed è per questo che ai nefropatici si prescrive di limitare le proteine. La domanda aperta era un’altra: vale anche per reni sani?

Prima del 2018 la risposta più citata era una meta-analisi di Schwingshackl e Hoffmann del 2014: con diete più proteiche il GFR a fine studio era più alto di circa 7 mL/min, e gli autori invitavano alla prudenza, soprattutto con le proteine animali. Devries e colleghi hanno rifatto il lavoro con un metodo diverso, e il metodo è il punto centrale di tutta la storia.

Com’è stato costruito lo studio

Una meta-analisi non raccoglie dati nuovi: mette insieme i risultati di studi già pubblicati e li analizza come se fossero un unico grande studio. La qualità del risultato dipende quindi da quali studi entrano e da come vengono confrontati. Queste sono le regole scelte dagli autori:

CriterioScelta degli autori
Tipo di studiSolo studi randomizzati, paralleli o crossover, su adulti dai 18 anni in su
Dieta “ricca di proteine”Almeno una di queste: 1,5 g/kg al giorno, 20% delle calorie, 100 g al giorno
Dieta di confrontoAlmeno 5 punti percentuali di calorie da proteine in meno
Durata minimaPiù di 4 giorni: esclusi pasti singoli e “carichi” di proteine
Chi era esclusoMalati renali, diabete di tipo 1, proteine nelle urine, chi aveva avuto calcoli, interventi chirurgici recenti
Chi era inclusoPersone sane, sovrappeso od obese, con diabete di tipo 2 o pressione alta
Cosa si misuraIl GFR, misurato (inulina, isotopi, clearance della creatinina) o stimato con le formule CKD-EPI, MDRD, Cockcroft-Gault
RicercaMedline ed Embase fino al 3 aprile 2017, solo articoli in inglese
Fonte: Devries et al., J Nutr 2018, sezione Methods.

Dai 2.144 articoli trovati ne sono rimasti 28, pubblicati tra il 1975 e il 2016: 14 con due gruppi paralleli e 14 crossover, in cui le stesse persone provano entrambe le diete una dopo l’altra. Lo studio più lungo è durato 104 settimane e ha seguito 307 persone con una dieta di tipo Atkins. Sedici studi erano a peso stabile, nove durante un dimagrimento e tre avevano entrambe le fasi.

Un dettaglio che conta: l’indice di massa corporea medio dei partecipanti era 31, e l’età media 49 anni. Non si parla quindi di ventenni atletici, ma soprattutto di adulti di mezza età in sovrappeso, cioè proprio le persone a cui più spesso viene proposta una dieta iperproteica per dimagrire. In tutti gli studi tranne uno le proteine venivano da cibi misti, animali e vegetali.

Cosa ha trovato: due analisi, due risposte

Gli studi misuravano il filtrato in modi diversi, con unità diverse. Per metterli insieme gli autori hanno usato la differenza media standardizzata (SMD), che riporta tutto sulla stessa scala. Per leggerla hanno usato questa convenzione: sotto 0,2 l’effetto è trascurabile, tra 0,2 e 0,6 piccolo, tra 0,6 e 1,2 moderato, sopra 1,2 grande. Un valore positivo vuol dire filtrato più alto con più proteine.

Poi hanno fatto il confronto in due modi:

  • Solo i valori a fine studio. Filtrato più alto con più proteine: SMD 0,19 (intervallo di confidenza al 95% da 0,07 a 0,31), statisticamente significativo, senza differenze tra gli studi (I² 0%). È lo stesso metodo usato da Schwingshackl nel 2014, e dà lo stesso risultato: un aumento, qui al limite del trascurabile.
  • La variazione rispetto all’inizio. SMD 0,11 (da −0,05 a 0,27), non significativo. In altre parole, il filtrato non è cambiato in modo diverso nei due gruppi.

Perché gli autori preferiscono la seconda analisi? Perché in 6 dei 19 studi che lo riportavano il filtrato di partenza era già diverso di oltre il 5% tra i due gruppi. Se guardi solo il valore finale, confondi l’effetto della dieta con le differenze che c’erano prima di cominciare. Usando solo i 18 studi con entrambi i valori il quadro resta lo stesso: 0,20 se si guarda la fine, 0,10 se si guarda la variazione.

Gli autori hanno cercato anche un effetto dose: più grande era la differenza di proteine tra i gruppi, più alto il filtrato finale (correlazione 0,33, significativa). Con la variazione dall’inizio la relazione spariva (0,18, non significativa). E nessuno dei fattori testati (quantità di proteine, durata, età, diabete, dieta ipocalorica) spiegava le differenze tra gli studi.

C’è un punto che nei riassunti si perde: anche l’analisi “positiva” mostra un filtrato più alto, non più basso. Un calo del filtrato sarebbe il segnale di un danno; un aumento è la risposta nota dei reni a un pasto ricco di proteine. La discussione, quindi, non è se le proteine riducano la funzione renale nei sani (in questi studi non succede), ma se un filtrato più alto per anni possa diventare un problema.

Un filtrato più alto è un problema?

Gli autori pensano di no, e lo spiegano con la riserva funzionale renale: la capacità dei reni sani di aumentare il lavoro quando serve, come un motore che ha margine oltre il regime normale. Portano due esempi: in gravidanza il filtrato sale di circa il 65%, e chi dona un rene conserva una funzione normale per oltre vent’anni, pur con un solo rene che lavora per due. Solo 2 degli studi inclusi avevano un filtrato medio sopra i valori normali per l’età.

Non tutti sono d’accordo. Alcuni grandi studi osservazionali, che vediamo più avanti, trovano che chi mangia più proteine ha più spesso un’iperfiltrazione e un calo un po’ più rapido del filtrato con gli anni. La meta-analisi di Devries non può chiudere la questione, perché lo studio più lungo durava due anni e la malattia renale si sviluppa in decenni.

Diabete, dieta, durata: le analisi per sottogruppi

  • Diabete di tipo 2. Nei 4 studi su diabetici la variazione del filtrato era −0,11 (da −0,35 a 0,14): nessun segnale di aumento né di calo. È una buona notizia, perché il diabete è la prima causa di malattia renale, ma 4 studi sono pochi e gli autori stessi invitano alla cautela.
  • Durata. A peso stabile il filtrato saliva nelle prime 8 settimane (0,30) e poi l’effetto spariva: −0,07 tra 8 e 24 settimane, 0,00 oltre le 24. Negli studi più lunghi di sei mesi, considerati tutti insieme, la variazione era 0,07, non significativa.
  • Dieta ipocalorica. Durante un dimagrimento la variazione era 0,09, non significativa.
  • Metodo di misura. Filtrato misurato 0,17 (non significativo, p 0,07), filtrato stimato con le formule 0,09. La differenza tra i due metodi non era significativa.
  • Cosa sostituiscono le proteine. Non cambiava nulla se le proteine in più prendevano il posto dei grassi o dei carboidrati.
  • Albumina nelle urine. Non faceva parte della meta-analisi, ma 8 studi la misuravano e solo uno ha trovato un aumento con più proteine.

I limiti dello studio

Gli autori ne dichiarano diversi:

  • Qualità delle prove bassa o molto bassa secondo il sistema GRADE. Solo 4 studi descrivevano come avevano assegnato le persone ai gruppi, e solo 2 come avevano tenuto nascosta l’assegnazione.
  • Possibile effetto trascinamento negli studi crossover: 6 su 14 non indicavano una pausa tra una dieta e l’altra.
  • Eterogeneità moderata nell’analisi delle variazioni (I² 44%): gli studi non andavano tutti nella stessa direzione.
  • Pochi studi nei sottogruppi, a cominciare da quello sul diabete.

A questi aggiungiamo quattro limiti che nel testo non sono sottolineati:

  • Il GFR è un indicatore indiretto. Nessuno studio poteva contare le persone che si ammalavano davvero di malattia renale: servirebbero decenni.
  • Due anni al massimo. Per periodi più lunghi la meta-analisi non dice nulla.
  • La creatinina dipende anche dalla dieta. Molti studi stimavano il filtrato dalla creatinina nel sangue, che risente della massa muscolare e della carne mangiata.
  • Solo articoli in inglese. Studi pubblicati in altre lingue potrebbero essere sfuggiti.

Nota per chi controlla i numeri. Lo studio non è del tutto coerente al suo interno. Il testo parla di 28 studi e 1.358 persone, la tabella GRADE di 31 confronti e 1.688 persone (alcuni studi sono divisi in sottogruppi, per esempio giovani e anziani). Il testo dice 18 studi con valori iniziali e finali, la tabella 19. La discussione cita 0,24 contro 0,12 dove i risultati riportano 0,20 contro 0,10. Nessuna di queste differenze cambia le conclusioni; in questo articolo usiamo i numeri della sezione dei risultati.

Chi ha fatto lo studio e chi lo ha pagato

Gli autori sono sei: Michaela Devries (University of Waterloo), Arjun Sithamparapillai, il nefrologo K. Scott Brimble, la bibliotecaria Laura Banfield, Robert Morton e Stuart Phillips, tutti della McMaster University. Phillips è uno dei ricercatori più noti al mondo sulle proteine e il muscolo; con Morton firma anche la famosa meta-analisi del 2018 su proteine e massa muscolare.

Sul conflitto di interessi lo studio è trasparente: Phillips dichiara di aver ricevuto finanziamenti per la ricerca, rimborsi di viaggio e compensi dal National Dairy Council statunitense, dai Dairy Farmers of Canada e dalla National Cattlemen’s Beef Association, cioè dal settore dei latticini e della carne. Gli altri cinque autori non dichiarano conflitti. Il testo integrale non indica chi abbia finanziato questa meta-analisi, e il protocollo non risulta registrato in anticipo nel registro PROSPERO.

Non è un motivo per scartare i risultati: i dati sono pubblici e i numeri si possono controllare. Ma è giusto saperlo, anche perché la meta-analisi precedente, quella di Schwingshackl, dichiarava di non avere finanziamenti.

Cosa dicono gli altri studi

Prima di Devries: Schwingshackl e Hoffmann, 2014

La meta-analisi di Schwingshackl e Hoffmann, pubblicata su PLoS One, comprendeva 30 studi e 2.160 persone, con diete di almeno una settimana. Confrontava i valori a fine studio:

EsameDifferenza con più proteineSignificativa?
Filtrato glomerulare+7,18 mL/min/1,73 m²Sì
Urea nel sangue+1,75 mmol/LSì
Calcio nelle urine+25,43 mg/24 hSì
Creatinina nel sangue−1,42 µmol/LNo
Albumina o proteine nelle urine+0,50 mg/24 hNo
Fonte: Schwingshackl L., Hoffmann G., PLoS One 2014, tabella 2.

I due studi sono meno in disaccordo di quanto sembri. Sul filtrato a fine studio trovano entrambi un aumento. Cambia l’interpretazione: Schwingshackl lo legge come un possibile rischio e consiglia prudenza agli obesi a dieta; Devries mostra che, tenendo conto del punto di partenza, l’aumento non è significativo.

Lo studio da 3,3 g/kg: Antonio e colleghi, 2016

È lo studio più citato da chi vuole dimostrare che “anche tante proteine non fanno male”. In questo studio crossover di un anno 14 uomini allenati hanno seguito per circa sei mesi la loro dieta abituale (2,5 g/kg) e per altri sei mesi una dieta con 3,3 g/kg. Creatinina ferma a 1,1 mg/dL in tutte le fasi, filtrato stimato tra 95 e 101: nessuna differenza. Ma 14 persone sono pochissime, le proteine in polvere erano fornite da un produttore di integratori, e lo studio è già dentro la meta-analisi di Devries.

La revisione di Van Elswyk, 2018

Nello stesso anno una revisione sistematica su 26 studi di adulti sani ha trovato che in 8 dei 13 studi randomizzati il filtrato era più alto con più proteine, sempre entro valori normali. Le prove sui calcoli renali erano poche e contraddittorie. Anche qui c’è un conflitto di interessi, più diretto: il lavoro è stato finanziato dal Beef Checkoff, il programma di promozione della carne bovina statunitense, e tra gli autori c’è una persona dipendente della National Cattlemen’s Beef Association.

Dopo Devries: la meta-analisi del 2026

L’aggiornamento più recente è una meta-analisi di Teixeira Silva e colleghi pubblicata nel 2026 su Diabetes, Obesity and Metabolism, registrata in anticipo su PROSPERO. Include 22 studi randomizzati su adulti senza malattia renale, con diete dal 25-35% delle calorie da proteine o da almeno 2 g/kg. Il filtrato stimato era più alto con più proteine (SMD 0,39, da 0,09 a 0,69), ma con molta differenza tra gli studi (I² 75%); la creatinina non cambiava (0,08, non significativo). Gli autori concludono che non ci sono prove biochimiche coerenti di un danno renale, e che gli effetti a lungo termine restano incerti perché gli studi erano brevi.

Il quadro quindi regge: con più proteine il filtrato tende a salire, i segni di danno non compaiono, gli studi lunghi mancano.

Gli studi osservazionali: segnali in due direzioni

Gli studi randomizzati durano poco; per vedere cosa succede in decenni si osservano grandi gruppi di persone nel tempo. Questi studi non dimostrano causa ed effetto, e stimano le proteine con questionari alimentari, ma aggiungono un pezzo che gli studi clinici non possono dare.

  • Corea, 9.226 adulti seguiti per una mediana di 11,5 anni (Jhee e colleghi, 2020). Chi mangiava più proteine (quarto più alto contro quarto più basso) aveva un rischio 3,5 volte più alto di iperfiltrazione e un rischio del 32% più alto di calo rapido della funzione renale. In media, però, il filtrato scendeva di 2,34 mL/min all’anno contro 2,01: una differenza di circa 0,3 mL/min all’anno.
  • Paesi Bassi, 2.255 persone di 60-80 anni dopo un infarto (Esmeijer e colleghi, 2020). Con almeno 1,2 g/kg il filtrato calava di 1,60 mL/min all’anno, con meno di 0,8 g/kg di 0,84: il doppio della velocità, sia con proteine animali sia vegetali. È una popolazione ad alto rischio, non di persone sane.
  • Sei coorti, 148.051 persone (Cheng e colleghi, 2024). Qui il segnale è opposto: chi mangiava più proteine si ammalava meno di malattia renale cronica (rischio relativo 0,82), sia con proteine vegetali (0,77) sia animali (0,86).
  • Stati Uniti, 27.604 adulti (Narasaki e colleghi, 2021). Con reni normali, mangiare 1,4 g/kg o più non era associato a una mortalità più alta. Con un filtrato sotto 60, sì: rischio del 37% più alto.

Conta anche da dove vengono le proteine. Nello studio statunitense ARIC, 11.952 adulti seguiti per 23 anni, chi mangiava più carne rossa e lavorata aveva un rischio di malattia renale più alto del 23%, mentre frutta a guscio, latticini magri e legumi erano associati a un rischio più basso (Haring e colleghi, 2017). Sulla stessa popolazione, una dieta vegetale di buona qualità riduceva il rischio del 14%, una vegetale ricca di cibi raffinati lo aumentava dell’11% (Kim e colleghi, 2019).

E i calcoli renali?

Devries ha escluso chi aveva già avuto calcoli, quindi su questo non dice nulla. Una meta-analisi di 14 studi prospettici (Asoudeh e colleghi, 2022) ha trovato un rischio più alto dell’11% con più proteine animali non da latticini e del 29% con più carne lavorata, e un rischio più basso del 9% con più proteine dei latticini. Gli autori giudicano la credibilità di queste prove bassa. Ricordiamo che Schwingshackl aveva trovato più calcio nelle urine con diete iperproteiche, uno dei fattori che favoriscono i calcoli.

Chi deve stare attento: la malattia renale cronica

Per chi ha già i reni malati il discorso cambia, e le indicazioni sono chiare. Secondo le linee guida KDIGO 2024, il riferimento internazionale per la nefrologia, gli adulti con malattia renale cronica di stadio 3-5 dovrebbero mantenere 0,8 g di proteine per kg al giorno, ed evitare di superare 1,3 g/kg se la malattia rischia di progredire. Le linee guida statunitensi KDOQI 2020 sono più restrittive.

SituazioneKDIGO 2024KDOQI 2020
Malattia renale cronica stadio 3-5, senza dialisi0,8 g/kg al giorno; evitare oltre 1,3 g/kg0,55-0,60 g/kg, sotto controllo medico
Dieta molto povera di proteine0,3-0,4 g/kg + aminoacidi essenziali o chetoanaloghi, solo in casi selezionati0,28-0,43 g/kg + chetoanaloghi
Con diabete—0,6-0,8 g/kg
In dialisi—1,0-1,2 g/kg
Anziani fragili o con sarcopeniaValutare obiettivi più alti di proteine e calorie—
Fonti: KDIGO 2024 Clinical Practice Guideline for CKD, Executive Summary (raccomandazione 3.3.1.1 e punti pratici); Ikizler T.A. et al., KDOQI Clinical Practice Guideline for Nutrition in CKD, AJKD 2020. “—” = non trattato nella stessa raccomandazione.

Devries e colleghi hanno escluso proprio queste persone, quindi i loro risultati non valgono per loro. Anche la revisione di Kalantar-Zadeh riporta che, nel grande Nurses’ Health Study, più proteine erano associate a un calo più rapido del filtrato nelle donne con una funzione renale già ridotta, non in quelle con reni normali. Se hai una malattia renale, il diabete con danno ai reni, un solo rene o hai avuto calcoli, la quantità di proteine va decisa con il nefrologo, non con una meta-analisi.

EFSA e LARN: quanto è “troppo”

L’EFSA, l’autorità europea per la sicurezza alimentare, fissa l’assunzione di riferimento per gli adulti a 0,83 g di proteine per kg al giorno. Non ha stabilito un limite massimo, perché i dati non bastano, ma scrive che il doppio di questa quantità è considerato sicuro: circa 1,66 g/kg. In rete si legge spesso che “l’EFSA considera sicuri 2 g/kg”: non è quello che dice il documento.

I LARN della Società Italiana di Nutrizione Umana indicano 0,9 g/kg per gli adulti e 1,1 g/kg dai 60 anni in su, e anche loro non fissano un livello massimo tollerabile. Nella revisione del 2024 l’intervallo consigliato per le proteine è passato dal 12-18% al 12-20% delle calorie.

Da notare: il gruppo “iperproteico” degli studi di Devries mangiava in media 1,81 g/kg, poco sopra la soglia che l’EFSA considera sicura. Per calcolare il tuo fabbisogno in base a peso, età e obiettivo puoi usare il nostro calcolatore delle proteine, che usa questi stessi riferimenti.

Cosa significa in pratica

  • Se i tuoi reni sono sani, le prove disponibili non mostrano danni con 1,5-2 g di proteine per kg per periodi fino a due anni. Oltre quella durata non ci sono studi randomizzati: nessuno può dire con certezza cosa succede in 20 anni.
  • Il filtrato che sale non è un campanello d’allarme di per sé: è la risposta normale dei reni a un pasto proteico.
  • Se fai gli esami del sangue, ricorda che la creatinina dipende anche dalla massa muscolare e dalla carne mangiata nei giorni prima. Se un valore esce dalla norma, il medico può ripetere l’esame o usare altri indicatori, come la cistatina C.
  • La fonte conta più della quantità, almeno negli studi osservazionali: meglio legumi, pesce, latticini e frutta secca che carne rossa e lavorata. Le proteine vegane sono un’opzione anche per gli integratori.
  • Una dose di proteine in polvere porta 20-25 g di proteine, come una fettina di carne. Conta il totale della giornata, non da dove arriva ogni grammo; se vuoi sceglierne una, parti dalle migliori proteine in polvere.
  • Se hai fattori di rischio (diabete, pressione alta, età avanzata, familiari con malattie renali), fai controllare filtrato e albumina nelle urine prima di aumentare di molto le proteine.

Domande frequenti

Le proteine fanno male ai reni?

Nelle persone con reni sani gli studi randomizzati, riassunti nella meta-analisi di Devries del 2018 e in quella del 2026, non mostrano un peggioramento della funzione renale con diete più proteiche, per periodi fino a due anni. Nelle persone con malattia renale cronica, invece, troppe proteine possono accelerare il danno.

Le proteine in polvere fanno male ai reni?

Non più delle proteine dei cibi: per i reni conta la quantità totale della giornata. Una dose di polvere porta 20-25 g di proteine. Chi ha una malattia renale deve considerare anche gli integratori nel limite che gli ha dato il medico.

Quante proteine al giorno sono sicure per i reni?

Per gli adulti sani l’EFSA considera sicuro il doppio dell’assunzione di riferimento, circa 1,66 g per kg di peso. Con una malattia renale cronica di stadio 3-5 le linee guida KDIGO indicano 0,8 g/kg e di non superare 1,3 g/kg.

Chi ha la creatinina alta può prendere proteine?

Dipende dal motivo. La creatinina sale anche con tanta massa muscolare o dopo molta carne, senza danni ai reni. Se invece il filtrato è ridotto, la quantità di proteine va decisa con il medico o il nefrologo.

Una dieta iperproteica può far venire i calcoli renali?

Gli studi osservazionali trovano un rischio un po’ più alto con molte proteine animali non da latticini e con la carne lavorata, e più basso con i latticini. Le prove sono di qualità bassa. Chi ha già avuto calcoli dovrebbe parlarne con il medico prima di aumentare le proteine.

Chi ha un solo rene può seguire una dieta iperproteica?

Le persone con un solo rene non erano incluse negli studi di Devries, quindi i suoi risultati non si possono applicare a loro. La quantità di proteine va stabilita con il nefrologo.

Cos’è il filtrato glomerulare (GFR)?

È la quantità di sangue che i reni filtrano ogni minuto, e il principale indicatore di quanto funzionano. Si misura con esami specifici o, più spesso, si stima dalla creatinina o dalla cistatina C nel sangue. Sopra 90 mL/min è normale; sotto 60 per almeno tre mesi indica una malattia renale cronica.

La meta-analisi di Devries è affidabile?

È costruita bene e trasparente, ma le prove su cui si basa sono di qualità bassa o molto bassa, gli studi durano al massimo due anni e uno degli autori ha ricevuto fondi dall’industria dei latticini e della carne. I suoi risultati sono stati confermati da una meta-analisi indipendente del 2026.

In sintesi

La meta-analisi di Devries non dimostra che le proteine “fanno bene” ai reni: dimostra che, in adulti senza malattia renale seguiti fino a due anni, più proteine non hanno peggiorato la funzione dei reni. Il filtrato un po’ più alto che si osserva è con ogni probabilità un adattamento normale, e la meta-analisi del 2026 conferma il quadro. Restano due cautele: nessuno ha studiato periodi di decenni con diete randomizzate, e chi ha già i reni malati deve seguire le indicazioni del nefrologo. Per tutti gli altri, più che la quantità sembra contare la fonte delle proteine.

Fonti

Andrea M.

Scritto da

Andrea M.

Fondatore e autore

Andrea M. ha fondato Proteine Migliori per capire cosa c'è davvero nei prodotti che compriamo per stare meglio. Appassionato di salute e alimentazione, prova e confronta i prodotti leggendo le etichette riga per riga, e per ogni affermazione sulla salute si appoggia a studi scientifici e fonti ufficiali. Non è un medico né un nutrizionista: per un consiglio su misura ti rimanda sempre a loro.